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Notizia 29/01/2016

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Notizia 26/01/2016

ALLARME ZUCCHERO


a cura di Diego Monsignore
Biologo Nutrizionista

Troppo zucchero “manda in tilt” il cervello inibendo la riproduzione delle cellule staminali coinvolte in apprendimento e memoria.

Ecco come un eccessivo e prolungato consumo di zuccheri, una dieta squilibrata o il diabete possono gravare sulle performance del nostro cervello: ricercatori della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore presso la sede di Roma hanno scoperto, infatti, che in presenza di concentrazioni elevate di zucchero (simili a quelle che possono verificarsi in caso di diabete) le cellule staminali del cervello - fondamentali per i processi di apprendimento e memoria nonché per la riparazione dei danni cerebrali - non riescono più a riprodursi e, quindi, a garantire il necessario ricambio di neuroni nell'ippocampo, centro nevralgico della formazione dei ricordi.

In un lavoro pubblicato oggi online sulla rivista Cell Reports, i ricercatori hanno inoltre osservato che nel cervello di animali sottoposti a restrizione calorica (dieta ipocalorica comparabile a una dieta di circa 1500 calorie al giorno) aumenta il numero di cellule staminali cerebrali. Le cellule staminali neurali sono fondamentali per il mantenimento nel tempo delle funzioni cerebrali, e un loro difetto di numero e/o di funzione è oggi considerato tra le cause del declino cognitivo nell’anziano.

Lo studio, svolto dai gruppi di ricerca di Giovambattista Pani (Patologia Generale) e di Claudio Grassi (Fisiologia Umana), in collaborazione con ricercatori dell’Istituto di Fisica, mostra che un eccesso di glucosio (come quello che, per esempio, si genera nel diabete) compromette la funzione di tali cellule, riducendo la loro capacità di moltiplicarsi.
La ricerca svela dunque uno dei motivi per cui, come oggi largamente riconosciuto dalla comunità scientifica, una dieta scorretta e troppo ricca di zuccheri deteriora le performance cognitive.
Infine il team di ricercatori,ha cercato di confermare le osservazioni compiute in provetta in animali da esperimento mantenuti in regime di restrizione calorica (dieta ipocalorica) per un periodo di tempo di circa quattro settimane.
In accordo con i risultati ottenuti in vitro, si è osservato che le cellule staminali nell’ippocampo di questi animali sono più numerose (indice di un più efficace autorinnovamento) rispetto a quelle presenti nel cervello di animali nutriti senza alcuna restrizione.
È peraltro noto da tempo come la restrizione calorica migliori le performance cognitive dell’animale, anche se i meccanismi cellulari e molecolari che sono alla base di tale fenomeno sono rimasti per molto tempo ignoti.Questo lavoro ha svelato quindi un nuovo meccanismo di regolazione delle cellule staminali cerebrali che, probabilmente, rappresenta un meccanismo generale di controllo del compartimento staminale in risposta a diversi stimoli.
Le vie molecolari da noi individuate potrebbero essere bersaglio di interventi nutrizionali e farmacologici volti a preservare e potenziare questa importante «riserva cellulare» presente nel nostro cervello, soprattutto nel corso dell’invecchiamento e nelle malattie neurodegenerative.
Vorrei, infine, sottolineare che le nostre ricerche si iscrivono in un impegno globale della nostra Facoltà di Medicina e chirurgia sulla prevenzione e cura delle malattie connesse alla nutrizione, tema che è stato oggetto della Giornata per la Ricerca 2015 e che sarà riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica nella primavera 2016.”







Notizia 22/01/2016

VEDERE OLTRE LO ZUCCHERO


a cura di
Diego Monsignore
Biologo Nutrizionista

Il Lancet la vede lunga
Nel mese di gennaio, le discussioni su dieta, cibo, e obesità di solito dominano i media. Quest'anno non fa eccezione. Nuovi dati diffusi la scorsa settimana dal Cancer Research e Diabetes nel Regno Unito sottolineano la situazione presente, e probabilmente futura, dell'epidemia di obesità.

Sono previsti entro il 2035 circa 700 000 nuovi casi di tumore causati dal sovrappeso o dall’obesità. E il numero stimato di persone che vivono con il diabete in tutto il mondo ha superato 4 milioni per la prima volta, con un incremento di 119 965 pazienti rispetto all'anno precedente, e un aumento del 65% negli ultimi dieci anni. Si tratta di associazioni ben note e non sorprendenti: gli interventi governativi hanno avuto scarsi effetti.

Nel regno Unito si parla di una tassa sullo zucchero come prossima strategia nazionale contro l’obesità infantile.

Sappiamo che l'obesità è il risultato di un ambiente obesogenico mantenuto da grandi aziende alimentari con un interesse acquisito a fornire cibi poveri di nutrienti ultra-lavorati ad alta densità energetica al minor prezzo possibile, e di uno stile di vita sempre più sedentario.

E sappiamo che la prevenzione e il trattamento dell'obesità necessitano di un intervento urgente, convinto e multifattoriale, al di là di una tassa sullo zucchero.

Il nuovo 2016 Global Access Index per la nutrizione, pubblicato il 14 gennaio, che classifica le 22 più grandi aziende che contribuiscono alla lotta contro l'obesità e malnutrizione, ha dimostrato che l'industria nel suo complesso si sta muovendo troppo lentamente.

Le nuove linee guida dietetiche dal US Department of Agriculture and Health and Human Services degli Stati Uniti sono state rapidamente criticate dagli esperti di nutrizione come non lungimiranti. Leggi qui un articolo a proposito su Nutri&Previeni.

Oltre al settore sanitario, il settore dell'istruzione riveste un ruolo di vitale importanza: fornisce ai bambini e agli adolescenti le conoscenze sul cibo e la nutrizione e gli dà l'opportunità di fare attività fisica oltre che avvicinarli allo sport competitivo.

Affrontare l'obesità nei bambini e negli adulti è difficile. Le strategie terapeutiche sono molteplici, e cominciano con la necessità di riconoscere sovrappeso e obesità e le loro conseguenze, e vanno dalle informazioni nutrizionali ai consigli di chirurgia bariatrica. Gli interventi per l'obesità infantile funzionano solo se l'intera famiglia è impegnata e coinvolta.
L'obesità è una forma grave di malnutrizione. La relazione scientifica del Comitato consultivo 2015 Dietary Guidelines rileva che la popolazione degli Stati Uniti ha un deficit di nutrienti vitali, come le vitamine A, D, E e C, acido folico, calcio, magnesio, fibre, potassio e ferro. (per conoscere i livelli di assunzione della popolazione italiana, è di recente pubblicazione la IV revisione dei LARN, acquistabile on line)

L'obesità ha bisogno di una attenzione molto più seria da parte dei Paesi e organizzazioni sanitarie globali di quanto siano attualmente disposti a dare. L'obiettivo di ridurre l’intake dello zucchero con l'introduzione di una tassa sugli alimenti dolci è un piccolo passo nella giusta direzione. Tuttavia, non deve distrarci dalla necessità di misure molto più profonde e più ampie.








Notizia 11/01/2016

GRASSI AGGIUNTI E ZUCCHERI


Alimenti come cioccolato, pizza o patatine fritte contengono grassi aggiunti e carboidrati raffinati come zucchero e farina bianca che possono causare dipendenza.
Se alcuni alimenti sono nutritivi e hanno proprietà benefiche per il nostro organismo, altri invece possono non farci altrettanto bene. Si è però recentemente scoperto che alcuni cibi possono addirittura portare a dipendenza, creando nel soggetto interessato un vero e proprio disturbo alimentare, che, se aggravato, può perfino far comparire sintomi di astinenza dall'ingrediente in questione.
L' argomento è riportato da Humanitasalute , nel corso della cui analisi spiccano alcuni riferimenti intorno ai cibi più pericolosi:
" Anche il cibo può creare "dipendenza", ma quali alimenti in particolare? E perché? Cioccolato, pizza, patatine fritte e biscotti sono fra gli alimenti che più di altri possono diventare "irresistibili". Un team di ricercatori della University of Michigan (Stati Uniti) ha cercato di individuare il motivo per cui si può diventare dipendenti da questi e da altri cibi. La colpa sarebbe dei grassi aggiunti e dei carboidrati raffinati, come lo zucchero e la farina bianca. La ricerca, pubblicata sulla rivista US National Library of Medicine, è stata condotta con due diversi studi su un campione totale di oltre 500 individui. I partecipanti hanno risposto a un questionario di 25 domande, lo Yale food addiction scale, uno strumento usato per valutare il livello di dipendenza nei confronti del cibo. Dai risultati è emerso che sono proprio i cibi altamente processati, con grassi aggiunti e/o carboidrati raffinati, ad essere associati a comportamenti tipici di una dipendenza alimentare. Al contrario i cibi non processati, come il riso integrale, la verdura (cetrioli e broccoli), la frutta (mele, fragole e banane) o il salmone, si collocano all' estremo opposto: non agiscono come una "droga" per chi li consuma. Ancora, i partecipanti con un alto indice di massa corporea o con sintomi da dipendenza alimentare hanno riferito di avere grossi problemi a gestire il loro rapporto con quei cibi altamente processati. Come spiegano i ricercatori, questo studio può aiutare a definire nuovi trattamenti dell' obesità. Potrebbe non essere sufficiente, infatti, intervenire sulla dieta riducendo l'assunzione di alcuni cibi ma piuttosto potrebbero servire alcuni metodi impiegati per il trattamento delle dipendenze da fumo di sigaretta, alcol e droghe. Perché il cibo può dare dipendenza? «Mangiare è un comportamento complesso - che risponde principalmente a un bisogno fisiologico che coinvolge diversi ormoni, neurotrasmettitori e sistemi nell'organismo, ma indubbiamente il cibo ha anche un ruolo importante per rispondere a bisogni emotivi attivando una sorta di sistema piacere e ricompensa. I cibi che più frequentemente possono portare a minare la capacità di mantenere il controllo sulle quantità assunte sono quelli ricchi di zuccheri (dolciumi, cioccolato), di grassi e sale (snack salati)». Quali sono i sintomi principali della dipendenza da cibo e cosa può comportare? «Bisogna distinguere la "voglia" di un determinato cibo - e il suo consumo eccessivo occasionale da quella che viene definita una vera "dipendenza" e che più correttamente potrebbe essere inquadrata nei disturbi del comportamento alimentare. In questo caso non si tratta del semplice desiderio, per quanto grande, di un alimento ma ha le caratteristiche dell' impellenza ripetuta e frequente di un consumo incontrollato di cibo e dall' esistenza di sintomi di astinenza, un simile atteggiamento deve essere adeguatamente valutato in centri specializzati». "







Notizia 07/01/2016

21 GIORNI










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